Proteste pro Palestina in Italia dopo l’attacco alla Flotilla: università, scuole e porti diventano luoghi di mobilitazione
Dopo l’abbordaggio da parte di Israele contro la Global Sumud Flotilla, impegnata a trasportare aiuti umanitari verso la popolazione di Gaza, l’Italia si è trasformata in un teatro diffuso di manifestazioni e mobilitazioni. Università, scuole e porti sono diventati i luoghi simbolo di una protesta che unisce studenti, docenti, lavoratori e cittadini comuni, accomunati dal desiderio di esprimere solidarietà al popolo palestinese e di denunciare l’operazione militare israeliana.

Milano: l’occupazione della Statale
A Milano, gli studenti dell’Università Statale hanno deciso di occupare alcune aule come forma di protesta. L’azione è stata portata avanti dal collettivo studentesco Cambiare Rotta, che ha spiegato come l’occupazione sia la naturale prosecuzione del corteo della sera precedente, quando centinaia di giovani avevano bloccato la stazione ferroviaria di Cadorna. L’assemblea straordinaria convocata in aula 211 ha visto una partecipazione significativa: studenti e attivisti hanno discusso delle future iniziative, tra cui la volontà di aderire allo sciopero generale previsto per il 3 ottobre.
L’obiettivo dichiarato è quello di trasformare gli atenei in spazi di resistenza simbolica, vere e proprie “barricate” culturali e politiche contro quello che viene definito da molti manifestanti un “genocidio” e una pratica di “sionismo aggressivo”. L’occupazione vuole quindi essere un atto di solidarietà concreta, un segnale forte contro ogni forma di complicità istituzionale o politica rispetto all’operazione israeliana.
Firenze, Pisa e altre città: studenti in piazza
Le proteste non si sono limitate a Milano. A Firenze, gli studenti dei licei Michelangiolo e Castelnuovo hanno deciso di non entrare in classe, preferendo scendere in piazza. Muniti di striscioni e bandiere palestinesi, hanno trasformato le vie cittadine in un palcoscenico di mobilitazione. Anche a Pisa si è registrata una protesta di grande impatto: qui gli studenti hanno occupato Palazzo Ricci, rilanciando un appello che da settimane viene condiviso da numerosi atenei italiani, tra cui Roma, Genova e Bologna. L’idea è quella di rendere l’università un luogo di opposizione sociale, capace di attirare l’attenzione delle istituzioni e dei media sulla situazione in Medio Oriente.
Genova: i porti come luogo di lotta
Un altro fronte caldo delle mobilitazioni si è acceso a Genova, città che storicamente ha visto i suoi porti diventare epicentro di contestazioni politiche e sociali. In questo caso, i varchi portuali Etiopia e Albertazzi sono stati temporaneamente bloccati dai manifestanti. L’azione ha provocato rallentamenti significativi nel traffico cittadino, ma il gesto è stato rivendicato come una forma di resistenza simbolica, volta a denunciare le rotte commerciali che spesso si intrecciano con le forniture belliche e i rapporti internazionali che i manifestanti ritengono complici delle violenze a Gaza.
Coordinamento nazionale delle proteste
Secondo i collettivi studenteschi e le organizzazioni che sostengono le mobilitazioni, le iniziative in corso in diverse città italiane non sono episodi isolati ma fanno parte di un piano coordinato. Presidi, assemblee e blocchi simbolici vengono infatti programmati in parallelo, con l’obiettivo di creare una rete diffusa di solidarietà e resistenza. I promotori spiegano che la protesta è soprattutto un atto politico e culturale, pensato per sostenere la missione della Flotilla e per denunciare l’attacco subito dalle navi cariche di aiuti umanitari.
Il legame con lo sciopero generale
Molti dei collettivi coinvolti nelle proteste hanno dichiarato la volontà di aderire allo sciopero generale previsto per il 3 ottobre, che si annuncia come un momento cruciale per trasformare la solidarietà in mobilitazione di massa. Il riferimento va all’esperienza del 22 settembre, quando uno sciopero generale aveva già visto un’ampia partecipazione di studenti e lavoratori nelle principali città italiane. Quell’episodio viene considerato un precedente importante, capace di rafforzare le rivendicazioni attuali e di rendere ancora più incisiva la protesta.
Una mobilitazione che interroga la società italiana
Le manifestazioni pro Palestina stanno avendo un forte impatto non solo sul piano politico, ma anche su quello sociale e culturale. Le immagini delle aule occupate, dei porti bloccati e delle piazze gremite di giovani con bandiere palestinesi stanno alimentando un dibattito pubblico che divide opinioni e suscita reazioni contrastanti. Da un lato, c’è chi vede in queste azioni un atto doveroso di solidarietà e un segnale di coscienza civile. Dall’altro, non mancano critiche per i disagi causati dalle occupazioni e dai blocchi, accusati di penalizzare la vita quotidiana dei cittadini.
Ciò che appare evidente è che il tema palestinese è tornato al centro dell’agenda pubblica italiana, non solo come questione internazionale, ma come terreno di confronto politico interno. Le università e le scuole, storicamente spazi di fermento e di mobilitazione, stanno assumendo un ruolo di primo piano nel dare voce a una generazione che rivendica il diritto di schierarsi e di far sentire la propria indignazione.