Irene Pivetti oggi: dall’ascesa politica alla caduta, fino alla rinascita tra fede e resilienza

Irene Pivetti: l’ascesa, la caduta e la resilienza di una donna che ha segnato la storia politica italiana

Negli anni ’90 Irene Pivetti rappresentava un simbolo di rinnovamento per la politica italiana. Con la sua elezione a Presidente della Camera il 15 aprile 1994, a soli 31 anni, entrava nella storia come la più giovane persona a ricoprire quella carica, diventando il volto di un’Italia che sembrava pronta a cambiare. La sua figura, fresca, decisa e fuori dagli schemi, incarnava la speranza di un nuovo modo di intendere la politica, più vicino ai cittadini e capace di parlare un linguaggio diretto.

Oggi, a distanza di quasi trent’anni da quel momento, la vita di Irene Pivetti appare radicalmente diversa. A 62 anni, dopo aver attraversato una serie di difficoltà personali, economiche e giudiziarie, racconta la sua esperienza con un misto di amarezza e resilienza, consapevole di aver vissuto tanto il trionfo quanto la caduta. In una recente intervista a Il Giornale, Pivetti ha ripercorso le tappe più difficili della sua esistenza, parlando con franchezza delle ingiustizie subite e della necessità di reinventarsi completamente per sopravvivere.

La fulminea ascesa politica

L’ingresso di Pivetti in politica fu rapido e travolgente. Giovane, preparata e carismatica, si trovò a guidare la Camera dei Deputati in una fase storica delicatissima per l’Italia, quella della fine della Prima Repubblica e della nascita della cosiddetta “Seconda Repubblica”. La sua presidenza fu caratterizzata da grande determinazione e rigore istituzionale, ma la sua carriera politica non ebbe la lunga parabola che molti si aspettavano. Dopo pochi anni, infatti, la sua figura venne progressivamente oscurata, fino a sparire quasi completamente dal palcoscenico politico.

Le vicende giudiziarie e la caduta

A segnare profondamente la vita della Pivetti furono soprattutto le vicende giudiziarie. Accusata di evasione fiscale e autoriciclaggio in relazione a presunte vendite fittizie di Ferrari in Cina, venne condannata a quattro anni di carcere. Una condanna che lei stessa continua a definire ingiusta, frutto di un sistema giudiziario che, a suo dire, funziona come una “macelleria”, capace di travolgere la vita delle persone più che di cercare la verità.

«Mi hanno distrutto l’immagine, tolto la credibilità che mi ero costruita, annientata economicamente», ha dichiarato. «Sono passati cinque anni, eppure so di non avere fatto nulla di male. Mi hanno sequestrato tutti i conti correnti e ridotta alla miseria».

Secondo Pivetti, il problema non è solo nei singoli magistrati – che possono essere più o meno competenti, più o meno corretti – ma nel sistema stesso, costruito in modo tale da logorare chi vi rimane intrappolato. Ha raccontato come ogni parola possa diventare un’arma a doppio taglio e come nei documenti giudiziari spesso compaiano affermazioni false, offensive o prive di logica.

Dal potere alla povertà

Il tracollo giudiziario ed economico ha avuto ripercussioni devastanti anche sulla vita quotidiana di Pivetti. Dopo aver perso credibilità e possibilità lavorative, si è ritrovata costretta a reinventarsi: ha lavorato come donna delle pulizie per uno stipendio di mille euro al mese e, durante il lockdown, si è rivolta persino alla Caritas per ricevere pacchi di viveri.

Il punto di svolta è arrivato con l’incontro della cooperativa di ex detenuti Mac Servizi, dove è passata da volontaria a dipendente retribuita. Un’esperienza che ricorda con riconoscenza, perché le ha permesso di riacquistare un minimo di stabilità in un periodo in cui molti la consideravano “appestata”. «Nessuna azienda voleva più che facessi consulenze. Mi sono ritrovata sola, senza sapere come andare avanti», ha ammesso.

La resilienza e la fede

Nonostante le difficoltà, Irene Pivetti non si è arresa. Oggi continua a difendere con fermezza la propria innocenza nelle vicende legate alla compravendita di mascherine durante la pandemia, dichiarando di non capire come sia stata coinvolta in quelle indagini. Ma, al tempo stesso, ha imparato a vivere nel presente, senza farsi paralizzare dalla paura di nuovi processi o persino di una possibile condanna ingiusta.

«Vedo due possibilità», ha detto. «La prima è che io finisca in carcere, ingiustamente. Devo arrivarci preparata. La seconda è che il processo non finisca mai, che duri più della mia vita biologica. Per questo ho deciso di non aspettare: devo vivere oggi».

Queste parole rivelano una donna che, pur provata, ha saputo mantenere la lucidità e la forza interiore necessarie per affrontare la tempesta. La sua fede cattolica e il profondo senso dello Stato rimangono intatti, così come il desiderio che le nuove generazioni non perdano fiducia nelle istituzioni.

La parabola di Irene Pivetti resta un esempio emblematico di come potere e notorietà possano svanire all’improvviso, lasciando spazio a fragilità e cadute dolorose. Ma racconta anche un’altra verità: che la resilienza, la capacità di rialzarsi e di reinventarsi, possono restituire dignità anche nei momenti più bui.

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