Bugonia di Yorgos Lanthimos: tra complotti, inganni e crudeltà mascherate da buone maniere
C’è un’inquietudine sottile che si prova ogni volta che si leggono storie legate al mondo del complottismo. Non è solo la stranezza di teorie assurde, ma la consapevolezza che qualcuno vi creda davvero, fino al punto di agire in base a esse. È proprio questo il cuore del problema: ogni teoria del complotto poggia sull’idea di una realtà talmente ingiusta, inaccettabile e meschina da meritare una ribellione. E in Bugonia, il nuovo film di Yorgos Lanthimos presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, questa ribellione prende forma in modo grottesco e drammatico.
Il protagonista, un complottista convinto, trascina con sé un amico ingenuo in un piano delirante: rapire la dirigente della multinazionale per cui lavora, convinto che in realtà sia un’aliena. Secondo lui, la donna apparterrebbe a una razza extraterrestre infiltrata sulla Terra con lo scopo di dominarla. Le sue prove? Un miscuglio di fake news, testi screditati e deduzioni arbitrarie. Come spesso accade nel mondo del complottismo, il suo è un castello di carte elaborato e assurdo, ma in cui crede ciecamente: pensa di avere capito la biologia degli alieni, il loro linguaggio, la loro gerarchia sociale, arrivando persino a progettare un modellino digitale della loro astronave.
Il rapimento avviene davvero. La prima azione del sequestratore è rasare a zero i capelli della dirigente: secondo la sua convinzione, è proprio attraverso i capelli che gli alieni comunicano. Poi la imprigiona, la ferisce e la tortura, iniziando un interrogatorio destinato a trasformarsi in un duello psicologico. Toccherà alla donna, interpretata da Emma Stone, trovare il modo di liberarsi, oscillando tra il fingere di assecondarlo e il resistere.
La forza di Bugonia sta nel doppio livello della narrazione: non solo una battaglia fisica, ma anche intellettuale. Da un lato Jesse Plemons, perfetto nel ruolo del complottista ossessionato; dall’altro Emma Stone, la dirigente cinica e apparentemente invulnerabile. Ma dietro a questo scontro personale si muove una riflessione più ampia: quella tra classe operaia e classe dirigente, tra chi subisce soprusi quotidiani e chi esercita un potere arrogante e meschino.
Non è un caso se la trama ricorda molto un certo cinema sudcoreano: Bugonia è infatti un remake quasi fedele di Save the Green Planet! (2003) di Jang Joon-hwan. Lo sceneggiatore Will Tracy, già autore di The Menu, ha mantenuto intatta gran parte della struttura e persino il finale. Il vero lavoro creativo è stato quello di Lanthimos, che ha saputo rendere la storia sua, adattandola al proprio universo cinematografico.
Il regista greco gioca con il tema dell’ambiguità: il complottista è davvero folle o nasconde una verità disturbante? E la dirigente, quando confessa di essere un’aliena, lo fa per manipolare il suo carceriere o dice la verità? È questo continuo doppio gioco a rendere il film il terreno ideale per Lanthimos. Nei suoi lavori precedenti, spesso le convenzioni sociali, il linguaggio formale e le buone maniere apparivano come maschere ridicole, dietro cui si nascondevano fragilità e crudeltà. In Bugonia questo meccanismo viene spinto oltre, con il linguaggio corporate delle grandi multinazionali che diventa la vera caricatura. Emma Stone incarna perfettamente questa falsità: parla come un comunicato stampa, esibisce cortesia forzata, ma negli occhi lascia trasparire una crudeltà che raramente abbiamo visto nei suoi ruoli passati.
Una delle scene più potenti è quella della cena tra rapitore e prigioniera: una conversazione intrisa di buone maniere e cortesia, ma in realtà piena di menzogne e manipolazioni. Ogni frase ha un doppio scopo: uno dichiarato e uno nascosto. Lo spettatore coglie chiaramente il gioco, percependo il contrasto tra apparenza e verità. È un meccanismo già sperimentato in altri film di Lanthimos, come Kinds of Kindness, dove la sovversione delle regole sociali diventava teatro di tensione e ironia.
Rispetto a opere più celebri e provocatorie, Bugonia appare meno politico e meno radicale dal punto di vista formale. Non ci sono eccessi visivi o narrative esasperate: anzi, è uno dei lavori più ordinati e lineari del regista. Proprio per questo colpisce: dimostra come Lanthimos non sia solo un maestro nel distruggere lo storytelling tradizionale, ma anche capace di padroneggiarlo e piegarlo alle proprie esigenze.
Se Save the Green Planet! restava un film caotico e imprevedibile, figlio del cinema sudcoreano più folle e visionario, Bugonia sceglie una via più asciutta, razionale e centrata. Con maggiore chiarezza individua il cuore della storia: il rapporto di potere, la crudeltà che si nasconde dietro le buone maniere, l’ambiguità tra realtà e paranoia. Un film meno sconvolgente forse, ma più maturo, che segna un ulteriore passo nella carriera di Lanthimos, confermandolo come uno dei registi più lucidi nel rappresentare le distorsioni del nostro presente.